Le Res gestae di Augusto

Qualche tempo prima di morire Augusto dettò un’opera intitolata Index rerum gestarum (‘Elenco delle imprese’) o Res gestae divi Augusti (‘Imprese del divino Augusto’). È un testo inusuale, che non appartiene a un genere letterario preciso: un po’ è un testamento politico, un po’ un’autobiografia, un po’ un’iscrizione sepolcrale.

In uno stile volutamente secco, senza abbellimenti letterari, Augusto racconta in prima persona le gesta compiute in guerra e in pace a partire da quando, appena diciannovenne, venne chiamato ad assumere l’eredità del padre adottivo Cesare e a vendicarne l’assassinio. Augusto ordinò che l’intero testo venisse inciso sul bronzo e posto all’ingresso del grande mausoleo che si era fatto costruire nel Campo Marzio, una zona pianeggiante di Roma dove andavano sorgendo importanti monumenti.

L’iscrizione di Roma è andata persa, ma conosciamo egualmente gran parte delle Res gestae perché esse vennero scolpite su lastre di marmo e sulle pareti dei templi di numerose città dell’impero. Il testo era scritto sia in latino che in greco, per poter essere letto da tutti i cittadini anche nelle province orientali. L’esemplare meglio conservato fu scoperto nel XVI secolo da un ambasciatore europeo in Turchia: era scolpito sulla parete di un tempio di Ancyra (l’odierna Ankara) dedicato alla dea Roma e allo stesso Augusto.

“A 19 anni, di mia sola iniziativa e a mie sole spese, misi insieme un esercito, con il quale restaurai la libertà della Repubblica, oppressa dalla tirannia di una fazione. Per questa ragione durante il consolato di Gaio Vibio Pansa e Aulo Irzio il Senato mi incluse nel suo ordine per decreto onorifico, dandomi sia il rango consolare che l’imperium militare. Quando ero propretore, la Repubblica mi ordinò di provvedere insieme ai consoli che nessuno potesse recarle danno. Nello stesso anno il Popolo mi elesse console, poiché entrambi i consoli erano stati uccisi in guerra, e triumviro per riordinare la Repubblica. Mandai in esilio quelli che trucidarono mio padre punendo il loro delitto con procedimenti legali; e poi, quando essi mossero guerra alla Repubblica, li vinsi due volte in battaglia.”

L’iscrizione comprende un elenco molto più lungo delle attività pubbliche che Augusto stesso desiderava ricordare, ma già queste poche righe suscitano molti commenti. Si tratta in realtà di un’opera di propaganda, non di un’esposizione di dati storici oggettivi. Non possiamo usarla per stabilire che cosa esattamente accadde, ma piuttosto per vedere cosa il princeps voleva sottolineare, cosa tacere, cosa esporre in una versione di parte. Augusto racconta di avere costituito un esercito di sua iniziativa ma per il bene dello Stato, di avere esiliato gli assassini di Cesare, che chiama senz’altro suo padre – era in realtà il padre adottivo – in base alla legge e di averli combattuti. Il primo intervento di Augusto nella politica romana è presentato come avvenuto solo in difesa e per conto del senato e dello Stato, e non invece come un’iniziativa di parte; dei provvedimenti contro gli uccisori di Cesare sottolinea il carattere legale. Inoltre Augusto si guarda bene dal dire che la sua elezione a console era stata imposta al senato marciando in armi su Roma. Infine, non c’è alcuna menzione di Antonio, con cui Ottaviano aveva collaborato per sconfiggere i cesaricidi e con cui si era spartito il potere nel secondo triumvirato, prima di attaccarlo e sconfiggerlo: di lui, non era necessario che i Romani si ricordassero.

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