Le meraviglie di Piazza Navona (Tre storie)

Lo chiamano “il salotto dei Romani”, ma per molti Piazza Navona non è soltanto questo. Molto di più. Se c’è infatti a Roma un luogo che parla del tempo, e che esprime come l’ineffabile scorrere del tempo sia stato fermato grazie ad un prodigioso riuso, unito a sublime gusto estetico, questo è Roma.

Da Stadio costruito dall’Imperatore Domiziano nell’85 d.C, per celebrarne i fasti (addirittura con spettacoli di naumachia) come avevano fatto già gli altri predecessori prima di lui, lo stesso luogo attraversò i secoli di decadenza fino a rinascere per opera di papa Innocenzo X nel XVII secolo e divenire un vero e proprio del barocco romano, oggi ammirato in tutto il mondo.

In tempi più recenti, Piazza Navona è il centro civile (vi si svolgono diverse manifestazioni) e mondano della città, tappa imperdibile di ogni visita turistica. Eppure, anche così sovraesposta, Piazza Navona mantiene intatto il suo fascino immortale ed è capace di raccontare, a chi voglia, storie uniche, che si riferiscono proprio alla sua rinascita barocca.

Tre soli esempi:

in primis, la collocazione al centro della piazza, proprio sulla sommità della meravigliosa Fontana dei Fiumi del Bernini di un grande obelisco egizio, che ha una storia quasi incredibile:  alto più di sedici metri, trenta con tutto il fuso, è originale egizio e ha una provenienza sconosciuta. Fu portato a Roma e innalzato dall’imperatore Domiziano (81-96 d.C.) come ornamento centrale dell’Iseum et Serapeum, il tempio dedicato alle due divinità egizie costruito a Roma nella seconda metà del I sec. d.C. nella zona attuale del Rione Pigna. I geroglifici erano stati fatti scolpire a Roma dallo stesso Domiziano, in onore dell’imperatore, definito Signore delle due terre.
Spostato due secoli più tardi dall’imperatore Massenzio nel grande circo a lui dedicato a poca distanza dalla tomba di Cecilia Metella, sulla via Appia, per eternare la memoria del figlio Romolo morto a nove anni, fu  abbattuto forse dal Re dei Goti Vitige nel 535 o da Totila nel 547. Rimasto nella memoria orale e negli scritti, viene ritrovato e dissepolto in cinque pezzi sotto Innocenzo X (Pamphilj) nell’aprile del 1647.
Trasportato in Piazza Navona l’anno seguente, viene eretto al centro della Fontana dei Fiumi nell’agosto del 1649. Nel novembre dello stesso anno viene sovrapposta la colomba di bronzo (alta m.1,70) simbolo di pace e della famiglia Pamphilj. In questo modo l’obelisco tornò in un luogo domiziano, per straordinaria coincidenza visto che i geroglifici sull’obelisco, di epoca romana, che indicavano la dedicazione all’imperatore Domiziano, non erano stati ancora decifrati! Corti circuiti della storia romana.

Piazza Navona

Seconda storia: i romani conoscono a memoria il profilo dei Palazzi che si affacciano su Piazza Navona: uno dei più familiari è proprio quello che sorge sul lato sinistro, guardando verso piazza Sant’Apollinare, subito dopo la facciata magnifica di Sant’Agnese in Agone. Il Palazzo – che oggi ospita al piano terra un notissimo bar-ristorante – è conosciuto con diversi nomi, tra i quali quello dell’ultima famiglia nobiliare che ne ebbe il possesso: Tuccimei, e ad esso è strettamente legata la presenza di uno dei più noti fantasmi romani.
Ad abitare la ricca dimora erano infatti stati i membri della famiglia De Cupis, originaria di Montefalco e stabilitisi a Roma già dal 1462. Ancora oggi lo stemma nobiliare dei De’ Cupis – un ariete marmoreo rampante – fa bella mostra di se sopra il grande portale del Palazzo, dalla parte di Via dell’Anima. Ed è proprio ad una delle finestre di questa facciata dell’edificio, quella che affaccia sulla popolata Via dell’Anima,  che – secondo una consistente leggenda – tornerebbe di tanto in tanto a manifestarsi il sinistro fantasma di Costanza De’ Cupis, attraverso la sua mano pallida, esangue, che si adagia su uno dei vetri oscuri, al primo piano.
Ma chi era Costanza ? Da quel che ne sappiamo visse nei primi anni del Seicento, apparteneva in realtà alla famiglia dei Conti. A quanto pare, era bellissima. A uno scrittore di cronache dell’epoca, Antonio Valena, si deve in particolare la costruzione del mito di Costanza.
È lo stesso cronachista a raccontare che oggetto dell’ammirazione della donna, erano soprattutto le sue mani. Bisogna considerare il fatto che al tempo, ai primi del Seicento, le dame erano solite esporre in pubblico soltanto minute porzioni del proprio corpo: il viso, quasi sempre incorniciato dal velo, e le mani, ma solo d’estate, quando non c’era bisogno di ricoprirle con i guanti. Le mani di Costanza, dunque, colpirono l’attenzione di parecchie persone, e in particolare dei trovatori che si occupavano di rallegrare le serate delle nobili corti romane.
L’elogio delle mani di Costanza arrivò dunque fin nelle botteghe dei molti artisti che prolificavano per le vie del centro.  Uno di questi scultori, passato alle cronache con il suo soprannome, Bastiano alli Serpenti si incaricò dunque di realizzare un calco in gesso della preziosa mano della nobildonna. Calco che, successivamente, fu esposto nella vetrina della bottega stessa, protetto da una teca e adagiato su di uno sfarzoso cuscino di velluto.
Il pezzo d’arte divenne in breve tempo tra i più ammirati di Roma intera: tra tanti commenti, colpì però quello di un frate domenicano, predicatore in San Pietro in Vincoli, il quale, forse per farsi bello, forse per scandalizzare gli astanti, esclamò che quella mano scolpita era così bella, che se fosse appartenuta ad una persona reale, avrebbe corso il rischio di essere tagliata da qualcuno.
L’iperbole in breve tempo arrivò agli orecchi della stessa Costanza. La quale, essendo – sembra – molto religiosa, si impressionò moltissimo, anche per la qualifica di colui che aveva pronunciato quella frase, e per timore di aver peccato di vanità, lasciandosi convincere a prestare la sua mano per l’opera di un artista.
Il frutto della suggestione – o della maledizione – fu così forte, che nonostante Costanza avesse deciso di chiudersi in casa per paura che si potessero realizzare i foschi presagi del frate, ovvero che ci fosse qualche pazzo in giro munito di ascia, accadde qualcosa di irreparabile: la giovane sposa, infatti si punse dolorosamente un dito, mentre stava ricamando. Una strana ferita, profonda, che cominciò ad infettarsi. A dispetto di tutte le cure adoperate, racconta la storia, la ferita continuò a peggiorare fino a procurare la cancrena della mano, che dovette essere amputata. Non basta: Costanza non riuscì a salvarsi, morì per aver contratto la setticemia a seguito dell’intervento di amputazione.
Una sorte lugubre, probabilmente all’origine della leggenda del fantasma di Costanza, che ancora oggi qualcuno assicura di veder apparire lungo i muri della Via dell’Anima, separato da quella bianca mano, che appare dietro ai vetri dell’antico Palazzo dei De’ Cupis.

Terza e ultima storia, e qui torniamo alla Fontana del Bernini. Per la quale scomodiamo il ricordo di Athanasius Kircher, il geniale gesuita tedesco che visse a Roma nel Seicento, confidente di papi e sovrani, erudita e scienziato, che coltivava anche un interesse per l’occulto. Testimonianza sono i suoi studi sull’alchimia – ai quali il gesuita di Fulda si guardava bene di dare pubblicità, visto il clima dell’epoca.
Mago delle imbalsamazioni, Athanasius pensò bene di arricchire la sua straordinaria collezione di meraviglie, allestita nelle sale dell’antico Collegio Romano per strabiliare i ricchi e blasonati visitatori che accorrevano da tutte le corti d’europa, con animali mostruosi – e sconosciuti per l’epoca – raccolti dai confratelli gesuiti in giro ad evangelizzare per le strade del mondo, e inviati a  Kircher attraverso lunghissimi viaggi in nave.
Ne fu un esempio l’armadillo – il cui nome nella lingua degli indigeni Guaranì era Tatu – un animale che nessun europeo aveva mai visto fino a quando un missionario gesuita al seguito dei conquistadores spagnoli pensò bene di spedirne un esemplare a Kircher.  Il gesuita lo imbalsamò e lo appese al soffitto, proprio all’entrata del suo Museo del Mondo: i visitatori ne restarono così impressionati, che perfino Gian Lorenzo Bernini prese ispirazione da quella strana creatura per immaginare e realizzare il drago mostruoso  che oggi si può ammirare tra le diverse sculture ornanti la Fontana dei Fiumi di Piazza Navona, e che per molto tempo fu scambiato per un coccodrillo.
Sono soltanto tre esempi di quanto e come la meravigliosa Piazza Navona abbia ancora da raccontare, a noi che pigramente la attraversiamo in queste calde giornate d’inizio estate.

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Fabrizio Falconi

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