La Dacia: una provincia dura a morire

Nella zona orientale del continente europeo, nei pressi del Danubio, vi erano stanziati diversi popoli in territori che, per la conformità del terreno e per il clima rigido, erano ostili ai Romani. Uno fra questi era sicuramente quello dei Daci che, durante il I sec. a.C., sotto la guida del re Burebista, stava riacquistando compattezza, organizzazione e potenza.

Alcune fonti ci tramandano che Ottaviano voleva prendere in sposa la moglie del re e, in cambio, gli aveva offerto la mano di sua figlia Giulia che aveva solamente 5 anni; a prescindere dalla veridicità delle vicende, è certo che i Daci, a causa degli eventi di età cesariana, favoreggiassero per Antonio. Sotto la dittatura di Cesare, il popolo dacico condusse una spedizione militare nella quale riuscirono a portare a termine un’incursione ad Apollonia spingendo, di conseguenza, Cesare a intraprendere una guerra contro di essi. A determinare la fine del regno furono sicuramente i popoli limitrofi che li circondarono: Bastarni e Sarmati. I Daci però, anche se sconfitti e sofferenti, non si arresero ma rimasero consapevoli di non essere più potenti come un tempo.

La Dacia: una provincia dura a morire

Precisamente, queste popolazioni erano stanziate nella zona dell’odierna Transilvania e molte, durante l’impero di Nerone, furono deportate nei territori romani e costrette a inchinarsi davanti ai vessilli romani; in generale, sotto la dinastia Claudia, ci furono molti disordini sulla riva sinistra del Danubio. Il governatore della Mesia, Gaio Fonteio Agrippa, era in difficoltà notevole dal momento che aveva il compito di difendere un vastissimo territorio con il solo ausilio di due legioni, potendo tuttavia contare sull’aiuto dei Traci che però non erano ancora del tutto fedeli a Roma e quindi costituivano ancora una minaccia.

Sotto Domiziano, Duras, re dei Daci, abdicava in favore di Decabalus. Egli introdusse la disciplina romana nel suo esercito. Oppio Sabino, nuovo governatore della Mesia, provò per primo a scendere in battaglia e morì. Anche Cornelio Fusco, capo delle guardie, perì oltre il Danubio. Nell’88, il governatore della Mesia superiore, Tettio Giuliano, riuscì invece a sconfiggere Decebalo nel suo stesso territorio, in una nuova battaglia a Tapae (la seconda, vicino all’odierna Bucova).

Impegnato però contro la rivolta di Lucio Antonio Saturnino e preoccupato dalla nuova minaccia rappresentata per la provincia di Pannonia dalle tribù germaniche dei Iazigi, Quadi e Marcomanni, Domiziano stipulò la pace con Decebalo, che non solo mantenne tutte le sue terre, ma ottenne anche una specie di sussidio in denaro, accettando però in cambio di diventare re “cliente” dei romani.

«Decebalo, venuto a sapere dell’arrivo di Traiano, ebbe paura, poiché egli sapeva che in precedenza aveva sconfitto non i Romani ma Domiziano, mentre ora si sarebbe trovato a combattere sia contro i Romani, sia contro Traiano.» (Cassio Dione, LVIII, 6, 2.)

La Dacia: una provincia dura a morire

Il successore di Domiziano fu Nerva. Il suo fu un governo breve, dal 96 al 98, durante il quale però si concretizzò positivamente la guerra contro i Suebi e Sarmati nel 97; successivamente, salì al potere Traiano. Una volta ottenuta la porpora imperiale, Traiano soggiornò per oltre un anno e mezzo lungo il limes danubiano e renano, tanto che il suo ingresso nella capitale dell’Impero avvenne solo nell’ottobre del 99. Nei mesi trascorsi sul fronte, Traiano ebbe il tempo necessario per riflettere sulla nuova politica estera da adottare, anche in funzione della possibile conquista della Dacia, dettata principalmente dalla crescente potenza dei Daci di Decebalo, così vicino ai confini imperiali, ma anche dalle impellenti necessità finanziarie di Roma

«Dopo aver trascorso del tempo a Roma, [Traiano] mosse contro i Daci, avendo riflettuto sui loro recenti comportamenti, poiché era contrariato a causa del tributo a loro versato annualmente ed aveva notato che era aumentata non solo la loro forza militare, ma anche la loro insolenza.» (Cassio Dione, LVIII, 6, 1.)

Nel 101 l’imperatore mosse guerra contro i Daci e tenne egli stesso il comando come era solito fare in ogni battaglia. La guerra conobbe essenzialmente due fasi: nella prima, l’imperatore Traiano, che voleva vendicare le sconfitte subite un quindicennio prima, sotto l’imperatore Domiziano, compì un’avanzata nel territorio dei Daci a scopo intimidatorio, forse anche con l’obiettivo, non tanto nascosto, di rendersi conto delle eventuali difficoltà in caso di conquista. Traiano si diresse verso la capitale del regno, Sarmizegetusa, la quale oppose molta resistenza ma alla fine capitolò e i Daci chiesero e ottennero la resa nel 102 d.C. ma in cambio, al re fu imposta la rinuncia alla sovranità e al popolo, invece, l’obbligo di entrare nella clientela romana e di consegnare tutti gli armamenti che possedevano. Un elemento importante per la vittoria di Traiano fu sicuramente la costruzione del ponte in pietra che permise una maggiore comunicazione e spostamento delle truppe da una riva all’altra.

«Sebbene Decebalo stesse perdendo terreno nei preparativi bellici, tuttavia per poco non riuscì ad uccidere Traiano con l’inganno e l’astuzia. Egli inviò in Mesia alcuni disertori per tentare di eliminare [l’imperatore romano], poiché era facilmente avvicinabile e poiché anche in quella circostanza, a causa dell’imminente campagna militare, concedeva a tutti coloro che lo richiedevano, udienza. Ma questi non riuscirono a realizzare il loro piano, poiché uno di loro fu catturato per essere sospettato e, torturato, rivelò l’intero complotto.» (Cassio Dione, LVIII, 11.3.)

I Daci erano convinti di poter riottenere la libertà e infatti rispettarono solo parzialmente le imposizioni di pace e ciò spinse i Romani a dichiarare nuovamente guerra nel 105; molti dei Daci però si arresero senza nemmeno combattere. Quando Traiano entra per la seconda volta nella capitale del regno, Decebalo si toglie la vita nel 107 e l’imperatore riusce a chiudere il conflitto ottenendo così il diritto di entrare a Roma trionfante. In occasione di questa grande vittoria, diede ordine di costruire un Foro in suo nome dove una colonna istoriata con le immagini delle vicende in Dacia svettava nel grande complesso: la colonna Traiana.

Con Traiano l’Urbe raggiunge il suo periodo di massima espansione territoriale ma presto sarà costretta a dovervi rinunciare progressivamente a causa di moltissimi inconvenienti che, date le circostanze, risultarono inevitabili e finirono per spegnere i motori dell’impero. Questa annessione, infatti, generò negli anni un problema strategico di non facile soluzione. L’essere stata costretta, Roma, a costituire un “saliente” oltre il Danubio, difficilmente difendibile in quell’enorme e mutevole “mare di barbari” (tra Germani e Sarmati), rese necessario il dispiegamento nell’area di mezzi militari crescenti (fino a 50 000 armati) con il conseguente lievitare degli esborsi finanziari.

Maria Stupia

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