Il Natale di Roma

“Sor delegato mio nun so un boiaccia…fateme scioje…v’aricconto tutto…”
Pochi romani ignorano questo affresco, in vernacolo romanesco, di una Roma sparita.
I versi del “Fattaccio der vicolo der Moro” di Romeo Ottaviani, uno dei tanti er più di Trastevere, dipingono lo strazio di un dramma famigliare nel quale due fratelli si affrontano con le lame dei propri coltelli l’uno per salvare la madre dalle angherie dell’altro.
Questo scorrere del sangue di fratelli in una Roma umile ma fiera riporta alla mente un altro scontro tra fratelli che battezzò un evento in grado di cambiare per sempre la storia del mondo: l’uccisione di Remo da parte di Romolo che precedette e permise la fondazione di Roma il 21 Aprile del 753 a.C.
Molto si è discusso e si continua a discutere di un evento che per gli stessi romani antichi era denso di lacune spesso colmate da interpretazioni mitiche e leggendarie, frutto della tradizione orale, unica vera traccia “storica” di tali accadimenti.
Nonostante la ripresa di tali tradizioni da parte di illustri letterati, di molto posteriori agli eventi, come Varrone, Cicerone, Plutarco, Virgilio, Tito Livio, Dionigi da Alicarnasso, una corrente di storici “Ipercritici” (Niebhur, Pais) rigettò in toto tali fonti ma l’evoluzione delle conoscenze e tecniche di scavo della moderna Archeologia hanno restituito un certo credito a quelle che sembravano delle ingenue fabulae .
Certe corrispondenze tra i racconti della tradizione e i ritrovamenti archeologici (es. Pomerium, Lapis Niger, Lupercale, Specchio di Bolsena) hanno dato vita ad una “ Critica Temperata” (De Sanctis) alla quale ha fornito fondamentali contributi uno dei più famosi archeologi italiani: Andrea Carandini.
Sicuramente il mito e la leggenda tiranneggiano nel delineare i contorni della fondazione di Roma ma ad oggi, sembra ormai certo che, un Romolo, un 21 aprile di un anno incerto incise sulla terra del Palatinum, uno dei Septimonium, la prima “Forma Urbis”, la Roma Quadrata, una Madre che sarebbe diventata Caput Mundi.
Definirla madre non è fuori luogo!
Sia perché con Roma l’umanità, per come la conosciamo, ebbe una vera e propria epifania, sia perché proprio in quella data, il 21 aprile, ricorreva l’arcaica festa dei Parilia, con offerte votive al Numen Pale, dedicata alla nascita dei capretti (da parere, partorire) e alla purificazione delle greggi e degli uomini colpevoli di aver violato la natura circostante.
Non sembra casuale che in questa data, i romani antichi, continuarono a festeggiare il Dies Natalis di Roma.
Proprio dalla violazione del limite sacro (il Pomerium, oltre il muro) della nuova città da parte di Remo l’Urbe vide scorrere, per la prima volta, il sangue di due fratelli. Un evento che diverrà un simbolo nel bene e nel male, di una società per secoli legata all’onore, al rigore, alla spietatezza.
Plutarco ci racconta che nel rituale della fondazione, Romolo, al centro dell’area che avrebbe costituito la futura città “…scavò una fossa di forma circolare nella zona dove ora si trova il Comizio, per deporvi le primizie di tutto quanto era utile secondo consuetudine o necessario secondo natura. Ed infine ciascuno portando un po’ di terra dal paese da cui proveniva, la gettò dentro e la mescolò insieme…”.
Con questo rituale di nascondere (condere) e condividere le proprie radici, i nuovi cittadini, i Quiriti, cominciarono a contare il tempo ab Urbe condita.
Con il passare dei secoli, con il crescere della potenza di Roma e della sua nobiltà queste radici pastorali, gli umili ed incerti natali del suo fondatore, pretesero un abito più congruo al blasone di una civiltà che dominava il mondo.
Ecco quindi che il nobile troiano Enea trovò la necessaria collocazione tra gli avi di Romolo e Remo. La loro incerta paternità fu resa sacra dall’intervento di Marte al quale, Rea Silvia, non poté negarsi.
Un fico sacro (ficus ruminalis) arrestò la cesta che trasportava lungo il Tevere i frutti del peccato e la lupa che li allevò nella oscura grotta del Lupercale divenne simbolo e vanto di Roma sino ad oggi. Al netto delle diatribe tra storici e archeologi a questa maestosa e sacrale Madre del mondo moderno, troppo spesso svilita e privata della sua dignità, noi, figli ed eredi di una grandezza senza pari abbiamo l’arduo e doveroso compito di festeggiare la sua fondazione ogni 21 aprile ma fondamentalmente di rispettarla, assisterla, difenderla con civiltà e amore in ogni giorno dell’anno…un po’ come nel Fattaccio…usando le sole armi della conoscenza, dello studio e degli insegnamenti che la sua Storia millenaria ci ha tramandato.

©Bruno Carboniero

©CapitolivmSj
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