I regni di Foca ed Eraclio: l’impero sull’orlo del collasso

Con la proclamazione a imperatore del centurione Foca nel 602, l’Impero conobbe uno dei periodi più bui e difficili della sua storia. Foca, infatti, dopo aver fatto uccidere Maurizio e cinque dei suoi figli, instaurò un vero e proprio clima di terrore, eliminando sistematicamente uno dopo l’altro i suoi avversari politici. Inoltre, durante il suo regno, scoppiò nuovamente la guerra contro la Persia, un conflitto che durò ben ventisei anni.

Nel 603 l’Impero bizantino venne invaso dai Persiani Sasanidi. Nella primavera dello stesso anno, Foca inviò al palazzo reale in Persia l’ambasciatore Lilio, per annunciare allo scià Cosroe II la morte di Maurizio e l’ascesa del nuovo imperatore. Lilio inoltre si presentò a corte con le teste di Maurizio e dei suoi figli. Considerando Foca come un usurpatore e usando come pretesto la morte dell’alleato Maurizio, Cosroe II decise di dichiarare guerra a Costantinopoli.

L’avanzata delle truppe sasanidi venne favorita dal magister militum per Orientem Narsete, che non riconosceva Foca come il legittimo imperatore. Narsete occupò la città di Edessa con le sue truppe, e stava combattendo contro i soldati bizantini inviati lì per porre fine alla rivolta. Cosroe inviò le sue truppe in soccorso di Narsete, sconfiggendo i Bizantini e uccidendo il generale Germano. Lo stesso Narsete dichiarava di aver con sé un figlio di Maurizio, Teodosio (ufficialmente rimasto ucciso dagli uomini di Foca), fornendo quindi un ulteriore pretesto a Cosroe: spodestare Foca per porre sul trono proprio Teodosio, il legittimo erede. Con ogni probabilità, però, il vero Teodosio rimase ucciso nell’agguato dei sicari di Foca, quindi l’uomo di Narsete sarebbe stato nient’altro che un impostore.

Dopo la morte di Germano, Foca affidò il comando dell’esercito a Leonzio, ma la situazione non fece altro che peggiorare. In pochi anni (tra il 604 e il 610) i Bizantini persero tutte le proprie fortezze a oriente dell’Eufrate (Edessa, Dara, Amida, Hierapolis, Beroea, Antiochia, Mardin), l’Armenia e parte della Cappadocia. L’unica soddisfazione per il tiranno Foca fu quella di catturare Narsete con uno stratagemma (il generale si consegnò ai Bizantini in cambio della promessa dell’immunità) e di condannarlo al rogo nel mercato di Costantinopoli, tra lo sgomento della popolazione.

Oltre al disfacimento dell’Impero ad opera dei Persiani, durante il regno di Foca l’Impero bizantino assistette praticamente inerme all’avanzata degli Avari nei Balcani, che arrivarono sino alle porte di Atene.

Nel 608, forte dell’esasperazione della popolazione per le crudeltà perpetrate da Foca, l’esarca di Cartagine, Eraclio il Vecchio e suo figlio Eraclio, organizzarono una congiura per rovesciare l’imperatore. Il piano, al quale partecipava anche Prisco, genero di Foca e prefetto di Costantinopoli, prevedeva l’accerchiamento di Costantinopoli, dove si trovava la reggia dell’imperatore.

Niceta, nipote di Prisco, attaccò e sconfisse le truppe bizantine in Egitto, impadronendosi del paese. A quel punto cominciò a marciare verso la Siria meridionale. Eraclio, invece, comandante della flotta di Cartagine, si diresse verso Costantinopoli. Ormai accerchiata, la capitale venne assediata. Nel 610 la resistenza delle truppe fedeli a Foca venne meno, e il 3 ottobre Eraclio poté entrare nelle mura della capitale imperiale, acclamato dal popolo festante. Foca venne catturato e subì la mutilazione del braccio destro e dei genitali, per poi essere arso vivo in piazza. Eraclio I venne nominato nuovo imperatore.

Nonostante fosse stato un imperatore sanguinario, Foca poté fregiarsi dell’amicizia con papa Bonifacio IV, che gli dedicò una colonna all’interno del Foro Romano (la celebre Colonna di Foca, ancora oggi visibile).

Una volta salito al potere, Eraclio I ereditò una situazione disperata. L’Impero d’Oriente, ormai vicino al collasso, in quel periodo vedeva i Longobardi stabili in Italia, gli Avari aver invaso i Balcani e i Persiani in possesso della Giudea, Siria e dell’Anatolia.

La politica di Eraclio fu fin da subito prudente. Tentò infatti più volte di proporre la pace a Cosroe II, ma questi rifiutò più volte, non riconoscendolo come il legittimo regnante. Le ostilità quindi continuarono. Nel 613 l’esercito sasanide guidato dal generale Sharbaraz strappò ai Bizantini Tarso, Damasco e la Cilicia. Un anno dopo cadde anche Gerusalemme, che rappresentò un duro colpo per il mondo cristiano. La città venne rasa al suolo e la popolazione sterminata, ad eccezione degli ebrei, perseguitati dai Bizantini nei loro tentativi di conversione e perciò sostenitori dei Persiani. Venne distrutto anche il Santo Sepolcro, mentre le reliquie della Vera Croce, la spugna e la lancia che colpì Cristo vennero rubate e portate a Ctesifonte.

Sempre nel 614 Eraclio tentò di riprendere terreno in Armenia e nella Siria settentrionale, ma raccolse solo sconfitte. Dopo altri tentativi andati a vuoto di indurre Cosroe alla pace, nel 618 i Persiani conquistarono l’Egitto, mentre gli Slavi e gli Avari ripresero a saccheggiare la Tracia e la Macedonia.

L’Impero ormai si limitava a possedere ben pochi territori: Costantinopoli, l’Anatolia (da diverso tempo in crisi a causa dei continui attacchi dei Persiani) e gli isolati esarcati d’Africa e d’Italia.

La situazione era ormai disperata, ma Eraclio non si diede per vinto. Dopo lunghe trattative, l’imperatore bizantino riuscì ad ottenere la pace col khagan degli Avari dietro il pagamento di un tributo annuo. A questo punto poteva concentrarsi esclusivamente sul fronte orientale.

Dopo aver riorganizzato l’esercito (arruolando volontari e ottenendo l’appoggio economico del patriarca Sergio), il 4 aprile del 622 Eraclio I lasciò Costantinopoli per dirigersi verso la Cappadocia con il suo esercito. La tensione religiosa era molto alta, tanto che le fonti bizantine affermano che Eraclio motivò i suoi soldati ricordandogli che gli “infedeli” Persiani avevano profanato la sacra Gerusalemme ed altri luoghi di culto cristiani.

Dopo una prima vittoria, Eraclio dovette rientrare a Costantinopoli, poiché gli Avari avevano stracciato l’accordo e invaso nuovamente la Tracia. L’imperatore fu costretto ad aumentare i tributi dovuti agli Avari per interrompere le loro scorribande. Nel 623 Eraclio tornò in Cappadocia, attraversando l’Armenia e l’odierno Azerbaigian, e sconfisse ben tre armate persiane, incendiando la città di Ganzaca nel 624.

Preoccupato, Cosroe si alleò con gli Avari e con altre popolazioni slave, decidendo di assediare Costantinopoli nel 626. Dopo una strenua resistenza e grazie alle abilità strategiche dell’imperatore, il 10 agosto del 626 i Persiani rinunciarono alla presa della capitale. Anche gli Avari vennero sconfitti. Da quel momento il loro predominio sulle popolazioni slave cessò.

I regni di Foca ed Eraclio: l’impero sull’orlo del collasso

Eraclio decise a quel punto di sferrare l’attacco finale all’antico nemico. Nel 627 i Bizantini sconfissero i Persiani in Iberia e penetrarono nella Mesopotamia. La battaglia decisiva avvenne il 12 dicembre dello stesso anno, presso l’antica Ninive (nord della Mesopotamia), dove Cosroe venne definitivamente sconfitto. I Persiani vennero così annientati. Lo stesso scià venne imprigionato durante una guerra civile e decapitato. Nella primavera del 628 il nuovo re persiano, Kavad II Shiroe (primogenito di Cosroe), offrì la resa in cambio della cessione delle terre occupate, della restituzione dei prigionieri e della cessione della Vera Croce. Eraclio tornò il 14 settembre a Costantinopoli, celebrando il trionfo.

Dopo la sconfitta dei Persiani, Eraclio tentò di pacificare l’Impero, ancora diviso a causa di contrasti economici e da discordie di matrice religiosa. In questo senso promulgò il monoteismo per unire gli ortodossi ai monofisiti. L’opera di risanamento dell’Impero da parte di Eraclio venne però interrotta bruscamente. Gli Arabi stavano infatti avanzando verso Occidente.

Nell’autunno del 633 gli Arabi penetrarono in Transgiordania e in Palestina con tre colonne di 3.000 uomini ciascuna. Le prime battaglie sul mar Morto e nei pressi di Gaza vennero vinte dagli Arabi, ed addirittura il patrizio Sergio, comandante militare locale, morì combattendo.

Eraclio si rese conto del pericolo che l’invasione araba rappresentava per l’Impero e assemblò un esercito con a capo il figlio Teodoro.

Nel 635 gli Arabi conquistarono anche la Siria. Nel 638, dopo sette mesi d’assedio, cadde nelle mani dei musulmani anche Gerusalemme, gettando nuovamente nello sconforto i Bizantini. L’avanzata degli Arabi sembrava ormai inarrestabile. Eraclio, ormai malato da diversi anni, non poté fermarli.  Nel dicembre 639, gli Arabi lasciarono la Palestina per invadere l’Egitto all’inizio del 640.

Eraclio morì l’11 febbraio del 641, evitando di vedere la caduta di Alessandria nel settembre del 642, che segnò di fatto la fine del dominio bizantino in Egitto.

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