L’Impero di Augusto

Una delle priorità incontrate da Augusto fu l’attuazione di una riforma dell’amministrazione di Roma e del suo impero, che fu varata in forma graduale, senza cesure brusche con il sistema ereditato dal passato, ma modificandolo in profondità con l’istituzione di nuove cariche che presero il nome di prefettura poste sotto la guida di magistrati denominati prefetti.

La Roma di Augusto era governata principalmente attraverso quattro prefetti: Il prefetto dell’Urbe, deputato alla amministrazione della città e ad assicurare l’ordine pubblico con l’aiuto del prefetto dei vigili, la seconda magistratura di rilievo. Quest’ultimo era a capo di un corpo speciale di intervento costituito inizialmente da 600 uomini poi aumentati a 4000 vigili arruolati sopra fra i liberti e gli schiavi. Diversamente dall’impiego odierno, svolgevano funzioni di polizia oltra al servizio antincendi, indispensabile in una città enorme e densamente popolata. Numerosi furono gli edifici, le opere pubbliche e i monumenti celebrativi costruiti o restaurati durante il suo principato, come ad esempio:

  • la costruzione di un nuovo foro, accanto al Foro di Cesare, che includeva anche il tempio di Marte Ultore;
  • la monumentalizzazione dell’area del Campo Marzio, attuata con la collaborazione di Agrippa, attraverso la costruzione del Mausoleo dinastico, dell’Ara Pacis, dei Saepta Iulia assieme al Diribitorium, del Pantheon e delle Terme di Agrippa, oltre al Teatro di Marcello, alla Basilica di Nettuno e ai due portici di Ottavia e di Filippo;
  • la costruzione, nel Foro Romano, del Tempio del Divo Giulio, di un arco trionfale e di una nuova tribuna con i rostri delle navi vinte nella battaglia di Azio, oltre che di un tempio ad Apollo presso la propria domus sul Palatino;
  • edifici funzionali quali il Macellum Liviae sull’Esquilino, i tre acquedotti Aqua IuliaAqua Virgo e Aqua Alsietina, oltre a un nuovo ponte sul Tevere, grazie soprattutto al coordinamento di Agrippa.

«Roma non era all’altezza della grandiosità dell’Impero ed era esposta alle inondazioni e agli incendi, ma egli l’abbellì a tal punto che giustamente si vantò di lasciare di marmo la città che aveva trovato fatta di mattoni. Oltre a questo la rese sicura anche per il futuro, per quanto poté provvedere per i posteri.» (Svetonio, Augustus, 28)

L'Impero di Augusto
Denario di Augusto con Agrippa. Di Classical Numismatic Group, Inc. http://www.cngcoins.com, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3168566

Ben più importanti dei vigili, erano i pretoriani, posti sotto il controllo del prefetto del pretorio. I pretoriani erano stati in precedenza le guardie del corpo dei generali (prendono il nome dal pretorio, in origine usato per indicare la tenda del comandante dell’accampamento); Augusto li trasformò in un esercito, articolato in nove coorti, tre delle quali erano di stanza a Roma mentre le restanti sei nei suoi dintorni. Ciascuna coorte era formata da uomini scelti e fidatissimi e aveva il delicato compito di impedire qualsiasi rivolta ma soprattutto erano i custodi dell’incolumità dell’imperatore. Il benessere dei cittadini  era tuttavia una delle priorità per un sovrano nel contesto di una città popolosa come Roma e in particolare per la visione politica di Augusto. L’imperatore dedicò molta attenzione ai bisogni della popolazione, giungendo anche ad acquistare e trasportare a proprie spese del grano nella Capitale dell’Impero e, per potenziare l’approvvigionamento di questo bene di prima necessità, istituì alla fine del suo regno il prefetto dell’annona, allo scopo di provvedere al suo approvvigionamento e alle distribuzioni gratuite di grano al popolo.

L'Impero di Augusto
Mappa della città di Roma, divisa da Augusto in 14 regiones, affidate a sette coorti di vigili, ciascuna posta in una caserma (pallini rossi). Coldeel Presunta opera propria CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1480926

«Di alcune province cambiò condizione, e visitò spesso la maggior parte sia delle une sia delle altre. Certe città, per altro federate, ma che la dissolutezza stava mandando in rovina, furono private della loro libertà, altre, sotto il peso dei debiti, furono aiutate, altre ancora, distrutte dal terremoto, furono aiutate nella ricostruzione, e quelle che avevano dei meriti nei confronti del popolo romano, gli venne donato il diritto di cittadinanza o quello dei Latini. E non mi sembra che una sola provincia non sia stata dallo stesso visitata, ad eccezione dell’Africa e della Sardegna.» (Svetonio, Augustus, 47.)

La provincia della Gallia Cisalpina fu inglobata all’Italia e il territorio fu diviso in dodici distretti per risolvere con maggiore rapidità tutti i problemi locali. Il sovrano attuò quindi una politica differente nei domìni fuori d’Italia per accentrare il suo potere attuata tramite la costituzione di province del popolo, amministrate come in passato da governatori designati dal senato, e di province imperiali, poste sotto il suo diretto controllo che esercitava mediante un legato. Per ragioni pratiche questa struttura subì nel tempo delle modifiche in quanto, mentre province del popolo erano lontane dai confini dell’impero e abitate da popolazioni stabilmente sottomesse, le province imperiali necessitavano di un governo diretto e della presenza di forti eserciti, sebbene il principe si intrometteva nell’amministrazione delle province fuori della sua diretta giurisdizione. L’Egitto, in virtù della sua funzione strategica all’interno dell’Impero, godeva di uno statuto speciale. Sin dai tempi di Cleopatra questo territorio aveva costituito un pericolo per la saldezza dei domìni orientali e allo stesso tempo una fonte importantissima di grano e di tasse: in quanto provincia più ricca e popolosa dell’impero, Augusto la considerava un possedimento personale, sorvegliandola gelosamente, al punto che senatori e cavalieri più di spicco dovevano fare richiesta ufficiale per visitarla. Senatori e cavalieri, le due più importanti classi dello Stato, si spartivano le cariche più importanti dello Stato secondo il seguente criterio: Ai senatori spettavano la prefettura dell’Urbe, la guida dei dodici distretti italici e il governo delle province mentre i cavalieri ricoprivano le altre magistrature e il governo dell’Egitto. Augusto, come si evince in questo sistema di assegnazione, prediligeva i cavalieri, perché la sua famiglia di origine proveniva da questa classe. Tuttavia, per ragione di opportunismo e tradizione, il principe accordò nel suo governo un grande rilievo al senato. Da un lato era necessario rispettare i principi della prima Repubblica ma l’Imperatore era anche consapevole che fosse fondamentale il supporto dell’élite più potente, e dotata di relazioni in ogni angolo del territorio romano, per ridurre i conflitti interni e per garantire i rapporti fra la capitale e le province.

L'Impero di Augusto
Le conquiste di Augusto fino al 6, prima della disfatta di Varo nella selva di Teutoburgo. Di Cristiano64 – Lavoro proprio, self-made, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2452303

Riguardo invece alla politica religiosa, sappiamo che dopo il lungo periodo delle guerre civili, la crisi della religione romana, incominciata nella tarda età repubblicana, venne fermata in parte dagli interventi di Augusto, il quale

«… ripristinò alcune antiche tradizioni religiose che erano cadute in disuso, come l’augurio della Salute, la dignità del flamine diale, la cerimonia dei Lupercalia, i Ludi Saeculares e quelli Compitali. Vietò ai giovani imberbi di correre ai Lupercali e sia ai ragazzi, sia alle ragazze di partecipare alle rappresentazioni notturne dei Ludi Saeculares, senza essere accompagnati da un adulto della famiglia. Stabilì che i Lari Compitali fossero adornati di fiori due volte all’anno, in primavera ed estate.» (Svetonio, Augustus, 31)

Ebbe il massimo rispetto per i culti religiosi stranieri, ma solo per quelli di antica tradizione. Disprezzò invece gli altri. Egli ricevette infatti l’iniziazione ad Atene. Quando visitò l’Egitto, evitò di andare a vedere il bue Api, e si complimentò con il nipote Gaio Cesare, il quale passando per la Giudea non si era recato a Gerusalemme per farvi dei sacrifici.

La politica estera di Augusto

Augusto accentrò su di sé la politica estera romana che indirizzò sostanzialmente in due direzioni:  sancire la  grandezza dell’impero e il raggiungimento del suo personale concetto di pace ovvero Pax Augusta, presentato dalla propaganda imperiale come ‘governo della pace’. Intesa come cessazione delle sole guerre  civili, la visione pacificata della società romana era per Ottaviano un’ideale che, quasi paradossalmente, andava difeso con le armi duramente dentro e fuori i confini dell’impero, punendo chi turbava l’ordine e chi impediva il controllo dei domìni romani. Nel testamento politico di Augusto si legge – tra l’altro – una frase indicativa di come il sovrano sentisse suo il diritto di vita e di morte collettiva su qualsiasi popolo al di fuori di quello romano. «Ho preferito lasciar vivere le genti straniere alle quali si poteva perdonare in tutta sicurezza, piuttosto che annientarle».

«In campo militare introdusse molte nuove riforme e ristabilì anche alcune antiche usanze. Mantenne la più severa disciplina: dove i suoi legati non ottennero, se non a fatica e solo durante i mesi invernali, il permesso di andare a trovare le loro mogli. […] Congedò con ignominia l’intera X legione, poiché ubbidiva con una certa aria di rivolta; allo stesso modo lasciò libere altre, che reclamavano il congedo con esagerata insistenza senza dare le dovute ricompense per il servizio prestato. Se alcune coorti risultava si fossero ritirate durante la battaglia, ordinava la loro la decimazione e nutrire con orzo. Quando i centurioni abbandonavano il loro posto di comando erano messi a morte come semplici soldati, mentre per altre colpe faceva infliggere pene infamanti, come il rimanere tutto il giorno davanti alla tenda del proprio generale, vestito con una semplice tunica, senza cintura, tenendo in mano a volte una pertica lunga dieci piedi, oppure una zolla erbosa.» (Svetonio, Augustus, 24)

Le guerre di Augusto

Il regno di Augusto fu segnato da numerosi conflitti, inaugurati da una campagna per sottomettere alcune popolazioni che nell’area settentrionale della penisola iberica si opponevano da oltre un secolo alla dominazione romana. Una successiva impresa fu condotta verso i Salassi della Val d’Aosta che, pur trovandosi al confine dell’Italia, fino a quel momento avevano beneficiato della protezione naturale delle Alpi. La spedizione si concluse nel  25 a.C. , permettendo di ottenere il controllo del valico del piccolo San Bernardo, di fondare la colonia di Aosta (Augusta Praetoria) e di dare inizio alla conquista dei territori limitrofi fino alle attuali Svizzera e Austria.

Dal 16 a.C. le mire di Roma furono indirizzate all’Europa centrale e al comando delle truppe l’imperatore aveva posto i due figli che la moglie Livia aveva avuto dal suo primo marito: Druso, il maggiore, che morì per una caduta da cavallo il 9 a.C., e Tiberio, futuro successore che si assicurò ottimi risultati militari assoggettando i Pannoni, i Dalmati e i Norici che vivevano nei Balcani e nel medio bacino del Danubio.  Dopo queste vittorie, l’offensiva fu spostata in Germania.

Nel 5 d. C. Roma riuscì ad estendere il suo dominio nei territori  compresi tra i fiumi Reno e Elba, dove fu istituita la provincia della Germania, ma la popolazioni locali stabilirono un’alleanza antiromana sotto la guida di Arminio, un barbaro che aveva ottenuto la cittadinanza in seguito alla militanza nell’esercito imperiale che, nel 9 d. C., massacrò tre legioni al comando di Quintilio Varo nella foresta di Teutoburgo,  riuscendo a liberare le terre assoggettate fino al Reno.

Roma rinunciò così per sempre ad estendere i suoi confini ad est del fiume, malgrado le ambizioni di Augusto di spingere i domìni imperiali addirittura oltre l’Elba (ovvero l’attuale Polonia), imponendo una linea territoriale sul Reno e sul Danubio che sarebbe rimasta immutata nei secoli a venire. Il sovrano aveva tentato di portare a compimento il progetto inaugurato da Cesare con la conquista della Gallia di porre sotto l’autorità di Roma, oltre al Mediterraneo, anche l’Europa. Avere un’ampia parte non romanizzata di continente, costituì nel lungo termine il punto debole dell’Impero perché da questi territori sarebbero partiti gli attacchi dei barbari che quattro-cinque secoli dopo ne avrebbero determinato la fine in Occidente. Questa giustapposizione tra cultura romana e persistenza di culture locali ha permesso la diversificazione e la complessità della cultura europea caratterizzata da una varietà di società, di sistemi politici e di civiltà.

Augusto risolse invece per via diplomatica l’annosa questione dei Parti che contendevano a Roma il controllo dell’Armenia e della Siria, vincitori su Crasso nel 53 a. C. a Carre, riuscendo persino a recuperare le insegne romani al tempo sottratte.

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