1° maggio – Majae Sacrum e Dies Natalis della Bona Dea

Maius, il nome del terzo mese del calendario romano, ha un’etimologia discussa già dagli autori antichi.

La prima ipotesi è che derivi da majores, cioè dagli anziani del popolo, a cui Romolo avrebbe dedicato il mese, mentre il mese successivo, Iunius, sarebbe stato dedicato ai giovani (da iuniores): i primi servivano lo Stato con la loro saggia esperienza, i secondi imbracciando le armi.

La seconda teoria indica Maia come divinità alla quale sarebbe stato consacrato il mese. La tradizione romana considerava Maia la paredra di Vulcano, ossia una divinità a esso associata, come riportato nei libri di preghiere in uso nel II secolo d.C.; mentre Macrobio la definì sposa del dio. In questa veste, la dea, insieme ai Lari pubblici, alle Calende veniva onorata con un sacrificio presieduto dal flamen Volcanalis. Nella mitologia greca invece, Maia era una delle Pleiadi (le figlie di Atlante e Pleione) e madre di Ermes/Mercurio (avuto da Zeus/Giove). Il fatto che al figlio di questa dea fossero consacrate le Idi di Maggio, giorno in cui nel suo tempio probabilmente si svolgevano sacrifici anche alla madre, contribuisce a rendere questa ipotesi molto credibile.

Giovanni Lido riporta che il calore del sole, che da Maggio diventa sempre più intenso, sarebbe un atto di fecondazione della terra che poi darà i suoi frutti, rilevando così una sorta di ierogamia tra Maia, Tellus e Vulcano come Sole cocente.

Maia veniva anche identificata sia con la Magna Mater che con la Tellus, e a entrambe le divinità veniva sacrificata una scrofa gravida, col fine di scongiurare i terremoti.

Tutti i rituali sopraelencati in onore di Maia, proprio alle Calende, nello stesso giorno dell’anniversario della dedica del tempio della Bona Dea, con molta probabilità condussero all’identificazione della Pleiade con la Bona Dea e quindi con Ops e Fauna.

In onore della Bona Dea – letteralmente la Dea Buona – in questo giorno si svolgevano dei rituali presieduti dalla Vestale Massima e con la sola partecipazione delle matrone. Divinità dal culto misterico esclusivamente femminile, il vero nome della dea era conosciuto soltanto dalle iniziate. Secondo Macrobio, la Bona Dea era rappresentata con uno scettro nella mano sinistra e una corona di vite, a simboleggiarne la regalità.

La Bona Dea veniva anche identificata con Ops, Cerere, Proserpina, Maia e Fauna (moglie, figlia o sorella di Fauno Luperco), era una divinità protettrice della fecondità con doti oracolari, alla quale veniva offerta in sacrificio una scrofa.

Alla Bona Dea Subsaxana fu dedicato un tempio, nel 123 a.C., alle pendici dell’Aventino, sotto un saxum (“sasso”, “roccia”) dal quale deriva l’appellativo, in un luogo che veniva chiamato “Remoria” perché da lì Remo, in competizione col fratello, osservò il cielo in attesa del responso divino che avrebbe scelto dove sarebbe nata la Città Eterna e chi ne sarebbe stato il primo re. Nel santuario era vietato l’accesso agli uomini se non travestiti (almeno dal I secolo a.C. in poi), al mirto e al vino a meno che non fosse chiamato latte e contenuto entro vasi noti come mellaria (“vasetto di miele”). C’erano invece serpenti e numerosi tipi di erbe, usati per rimedi e pozioni.

Anche in ambito privato, i riti venivano officiati solo dalle donne mentre gli uomini venivano allontanati dalle case.

Di Andrea Pancotti – Bertolami’s company, Rome, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=85065666

Antonietta Patti
Archeologa


BIBLIOGRAFIA

  • Aulo Gellio, Noctes Atticae, libro XIII, 23,2;
  • Ferrari, Dizionario di Mitologia, UTET, Novara 2015;
  • Giovanni Lido, Liber de mensibus, IV;
  • Ovidio Nasone, Fasti, libri II, V;
  • Ambrodio Teodosio Macrobio, Saturnalia, I, 12, 16 ss;
  • Plutarco, Βίοι Παράλληλοι (Vite parallele), Numa Pompilio.
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