Impero d’Oriente: L’inizio della decadenza

Dopo la morte dell’imperatore Giustiniano I, avvenuta nel 565 d. C., l’Impero d’Oriente cominciò una lenta discesa verso la fine. A succedere a Giustiniano fu suo nipote Giustino II, che non riuscì a ripetere i successi dello zio.

Dopo soli tre anni dal suo insediamento, Giustino dovette affrontare diverse invasioni da parte dei barbari. La prima in ordine cronologico fu quella dei Longobardi, che invasero l’Italia, conquistata pochi anni prima da Giustiniano.

Le fonti dell’epoca affermano che Narsete (il generale che portò a termine la conquista della penisola e successivamente divenuto governatore dell’Italia per conto dell’imperatore) venne deposto da Giustino II, poiché condizionato dalle proteste degli abitanti di Roma per le pesanti tasse inflitte dallo stesso Narsete. Adirato per il trattamento subito, Narsete scrisse da Napoli al re longobardo Alboino, invitandolo a invadere la penisola. Alboino quindi, alleatosi con i Sassoni, partì dalla Pannonia per conquistare e stanziarsi definitivamente in Italia. Secondo studi più recenti, invece, i Longobardi avrebbero invaso l’Italia a causa della pressione degli Avari.

Nel 568 i Longobardi scesero verso l’Italia attraversando il fiume Isonzo, incontrando scarsa resistenza da parte delle truppe bizantine. Ciò era spiegabile per il fatto che la guerra con gli Ostrogoti portata avanti da Giustiniano aveva causato devastazioni e depressione demografica. Inoltre  i Bizantini, dopo la resa dell’ultimo re degli Ostrogoti, Teia, avevano ritirato le truppe e i generali migliori dall’Italia poiché impegnati contemporaneamente contro gli Avari e i Persiani. Gli stessi Ostrogoti rimasti in Italia, ormai vassalli dei Bizantini, con molta probabilità non opposero grande resistenza ai Longobardi, anch’essi di origine germanica.

La prima città a capitolare fu Forum Iulii (odierna Cividale del Friuli, in provincia di Udine). In breve tempo i Longobardi s’impadronirono dell’area nord-orientale dell’Italia. Un anno dopo raggiunsero Milano e nel 572 conquistarono Pavia, che Alboino scelse come capitale del regno longobardo. Negli anni seguenti i Longobardi penetrarono completamente lungo la penisola, lasciando ai Bizantini il dominio sull’Esarcato di Ravenna, la zona costiera dell’Italia continentale, il ducato della Pentapoli (che comprendeva le città di Ancona, Fano, Pesaro, Rimini e Senigallia), quasi tutto il Lazio (compresa Roma), le città della costa della Campania, la Calabria e la Puglia.

I Longobardi occuparono di fatto le terre migliori. I centri urbani vennero nella maggioranza dei casi abbandonati  dal clero e da buona parte della popolazione civile, terrorizzati dall’arrivo dei Longobardi. Quest’ultimi, infatti, a differenza dei Goti che occupavano l’Italia come foederati dei Bizantini, invasero l’Italia esclusivamente per conquistarla. Solo verso la fine del VI secolo, il comportamento aggressivo dei Longobardi nei confronti della popolazione della penisola si attenuò, anche grazie alla conversione di questi al cristianesimo.

Se in Italia i Bizantini subirono una grave sconfitta, la situazione non era migliore negli altri territori riconquistati da Giustiniano. In Africa, infatti, il re dei Mauri, Garmul, dal 569 al 571 sferrò tre grandi attacchi contro le truppe di Costantinopoli, riuscendo a uccidere tre comandanti imperiali. Nonostante le ripetute sconfitte, nel 578 il generale bizantino Gennadio sconfisse definitivamente e uccise Garmul, arrestando momentaneamente i propositi bellici dei Mauri.

Anche la Spagna meridionale, occupata dai Bizantini dal 555, subì gli attacchi dei barbari. Il re visigoto Leovigildo, infatti, nel 570 attaccò e invase la provincia di Spania, riconquistando le città di Malaga e Baza. Un anno dopo anche Asidonia cadde nelle mani dei Visigoti.

Gli sforzi dell’imperatore precedente, Giustiniano I, di riportare l’Impero romano ai suoi fasti furono quindi pressoché vani. Giustino non intervenne mai militarmente in Europa per salvaguardare i territori occidentali riconquistati, poiché era maggiormente concentrato sul fronte orientale.

Nonostante l’Impero d’Oriente avesse mostrato delle pericolose crepe al suo interno, Giustino nel 572 decise di interrompere il pagamento dei tributi alla Persia per mantenere la pace, ritenendola una pratica troppo umiliante. Inoltre l’imperatore fomentò gli Armeni sudditi dei Persiani alla rivolta, assistendoli militarmente. Il conflitto era ormai inevitabile.

Lo scoppio delle ostilità viene ricondotto quindi al 572, quando il generale bizantino Marciano guidò i suoi 3.000 soldati alla volta dell’Arzanene, regione dell’antica Armenia all’epoca sotto il controllo dei Persiani. Quest’ultimi vennero colti di sorpresa e sconfitti rapidamente. Nel 573, dopo una vittoria lampo sui Persiani a Sargathon, i Bizantini puntarono Thebothon, ma dovettero arrendersi alla strenua resistenza persiana e ripiegare verso Dara, antica fortezza romana.

Una volta riorganizzato l’esercito, Marciano venne inviato a Nisibis (odierna Nusaybin, Turchia), ma dovette subire la controffensiva persiana. Il sovrano persiano, Cosroe I, nominò generale Adormaane, ordinandogli di attraversare l’Eufrate ed entrare in territorio romano per attaccare. Giunto a Circesium (antico avamposto romano dove morì l’imperatore Gordiano III), Adormaane attraversò con le sue truppe il fiume Eufrate sconfiggendo le truppe bizantine che gli si paravano di fronte, fino ad arrivare ai piedi di Antiochia, dove distrusse alcuni edifici fuori le mura della città. Adormaane riuscì inoltre ad espugnare la città romana di Apamea, saccheggiandola. Al contempo Cosroe attaccò le truppe bizantine che stavano tentando di conquistare Nisibis, cercando di evitare che la città venisse presa dai Bizantini. Queste sconfitte rappresentarono un duro colpo per il morale di Giustino che, furibondo, rimosse Marciano dall’incarico di assediare Nisibis, inviando al suo posto il generale Acacio.

Secondo lo storico bizantino Giovanni da Efeso, la rimozione di Marciano fu un grave errore di Giustino, poiché la resistenza persiana a Nisibis era praticamente giunta al termine. La destituzione di Marciano sarebbe stata causata dalla scoperta da parte di Mondhir, re dei Ghassanidi (arabi cristiani alleati di Costantinopoli), della congiura ordita da Giustino nei suoi confronti. Le fonti antiche narrano di un errore di consegna di due missive: la lettera che ordinava a Marciano di uccidere Mondhir finì proprio nelle mani del re arabo, mentre l’altra che invitava Mondhir a presentarsi a colloquio con Marciano fu ricevuta dal generale bizantino. Venuti a conoscenza dei piani di Giustino, i Ghassanidi ruppero l’alleanza con i Bizantini.

La perdita dell’alleato fu gravido di conseguenze. I Lakhmidi, arabi cristiani alleati dei Persiani, approfittarono dell’assenza dei Ghassanidi (ormai dichiaratisi neutrali) e poterono spadroneggiare in Siria, espugnando e saccheggiando anche Antiochia.

Anche lo scià Cosroe sfruttò la situazione creatasi e riorganizzò il suo esercito. Dopo aver portato gli aiuti necessari a Nisibis (stremata dalla lunga durata dell’assedio condotto da Marciano), Cosroe e le sue truppe si diressero verso Dara, importantissima roccaforte bizantina per via della sua posizione strategica nella Mesopotamia settentrionale. Dopo sei mesi di aspre battaglie (durante i quali vennero utilizzate le macchine d’assedio lasciate da Marciano per assaltare Nisibis) nel 573 Dara venne conquistata e saccheggiata dai Persiani. Intuendo l’importanza di Dara, Cosroe non l’abbandonò al suo destino, facendola divenire una roccaforte persiana.

La perdita di Dara sconvolse Giustino, tanto da far vacillare la sua sanità mentale. Pregato di nominare un successore, l’imperatore incoronò il generale Tiberio (a sorpresa non nominò come successore un suo parente). Ormai folle, Giustino II si ritirò a vita privata e morì nel 578 a Costantinopoli.

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