L’età tardoantica: Il Dominato e la Tetrarchia

L'età tardoantica: Il Dominato e la Tetrarchia

“Infatti [Diocleziano] fu il primo, dopo Caligola e Domiziano, a permettere che lo si chiamasse signore, che lo si adorasse e che ci si rivolgesse a lui come a un dio.”

Aurelio Vittore, I Cesari, XXXIX, 4.

Uno dei momenti più critici della storia romana fu certamente il passaggio dal Principato al Dominato insieme all’invenzione della Tetrarchia, quale tentativo di riorganizzazione dell’Impero in età tardoantica. L’uomo che le ha attuate fu uno degli imperatori più famosi e importanti della storia di Roma: Gaio Aurelio Valerio Diocleziano.

Il III secolo d.C. fu dominato dalle pestilenze, dalla crisi economica e dalle guerre, sia esterne che civili, che portarono il caos all’interno dell’Impero Romano. Le frontiere venivano attaccate costantemente da numerose popolazioni “barbare”, come i Franchi, i Goti, i Vandali e i Sasanidi. Mentre dentro i confini il susseguirsi di omicidi e usurpazioni di potere tra i comandanti militari delle province, in lotta fra loro per conquistare il trono, minavano la stabilità del governo e dei traffici commerciali. Il commercio, messo in difficoltà dai continui conflitti, e l’inflazione, causata dai vari usurpatori che battevano moneta illegalmente, provocavano l’oscillazione dei prezzi. Nel frattempo cresceva il peso delle tasse, per sostenere l’esercito in continua attività, e la povertà dilagante aumentava i disagi della popolazione e l’insorgere di pestilenze.

Insomma, un circolo vizioso che sembrava impossibile da fermare. Eppure Diocleziano ci riuscì, riorganizzando l’esercito, l’amministrazione territoriale e intervenendo sull’economia.

L'età tardoantica

Busto di Diocleziano, conservato al Museo Archeologico di Istanbul (Foto G. Dall’Orto 28-5-2006.jpg, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26622673).

L’ANARCHIA MILITARE ALLA FINE DEL III SECOLO D.C. – COME DIOCLEZIANO CONQUISTÒ IL POTERE

Tra il 270 e il 284 d.C. Diocle, questo era il vero nome di Diocleziano, fu un brillante militare. La sua carriera nell’esercito cominciò durante il regno dell’imperatore Aureliano, che regnò dal 270 al 275 d.C., e culminò durante quello di Numeriano nel 284 d.C.

Nato in Dalmazia nel 244 d.C., Diocle era di umili origini in quanto figlio di un liberto (scriba del senatore Anullino) ma ebbe l’accortezza, prima di salire al trono imperiale, di modificare e “nobilizzare” il proprio nome nel tria nomina: Gaio Aurelio Valerio Diocleziano.

Proprio l’esperienza nell’esercito romano era stata fondamentale a Diocleziano per capire che per far risorgere Roma dalla crisi nella quale sembrava sprofondare sempre di più, era necessaria una profonda riorganizzazione degli assetti militari. L’anarchia che dilagava tra i militari, che nel III secolo d.C. aveva determinato l’ascesa e la permanenza sul trono di ogni imperatore, e che aveva permesso allo stesso Diocleziano di raggiungere il rango imperiale, metteva a rischio la difesa dei territori di Roma.

All’imperatore Lucio Domizio Aureliano infatti, assassinato dai suoi segretari nel 275 d.C., succedette Marco Claudio Tacito, che nel 276 d.C. venne ucciso probabilmente per vendetta privata, prima di raggiungere Roma dall’Oriente.

Il fratellastro di Claudio Tacito, Marco Annio Floriano, prefetto del pretorio e designato quale successore sul trono imperiale, venne assassinato dai soldati che gli preferirono Marco Aurelio Probo, uno dei più stimati generali di Aureliano.

Nel 282 d.C. anche Probo fu ucciso, per permettere a Marco Aurelio Caro, prefetto del pretorio, di salire al trono. Quest’ultimo, col titolo di Augusto, si associò al trono, col titolo di Cesari, i figli: Marco Aurelio Carino e Marco Aurelio Numeriano.

Quando, nel 283 d.C., Caro decise di elevare a rango di Augusto il figlio Carino, Numeriano, che aveva accompagnato il padre nella vittoriosa campagna militare per la riconquista della Mesopotamia, forse decise di assassinarlo per divenire Augusto al pari del fratello. Un’altra ipotesi riguardo la morte di Caro vede coinvolte diverse legioni, in una congiura contro quell’imperatore che aveva imposto ai soldati duri lavori quando non erano impegnati in operazioni militari.

Nel 284 d.C. Numeriano venne assassinato a sua volta, da Arrio Apro, prefetto del pretorio e suocero dell’imperatore, mentre facevano ritorno dall’Oriente dov’era in corso una guerra contro la Persia. Diocleziano era stato il comandante dei protectores domestici1 di Numeriano e poi console suffetto, e aveva conquistato la lealtà dei soldati che avevano combattuto in Oriente.

Le legioni di Numeriano giurarono fedeltà a Diocleziano, e nella battaglia di Margum2 combatterono contro quelle schierate da Carino. Lo scontro sembrava andare a favore proprio di Carino, fino a quando questi non venne ucciso da uno dei suoi ufficiali. Questo condusse tutto l’esercito sotto la guida di Diocleziano, che fu così acclamato imperatore il 20 Novembre del 284 d.C.

LA DIARCHIA – LA DIVISIONE DEL POTERE E LA MILITARIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ

Ottenuto il potere, Diocleziano decise di dividerlo con un fidato e valente ufficiale, Marco Aurelio Valerio Massimiano, che nominò suo vice nel 285 d.C. e coreggente col titolo di Augusto nel 286 d.C. I due Augusti governavano politicamente e militarmente una metà ben definita dell’Impero Romano, con particolare cura per la difesa delle frontiere.

Busto di Massimiano, conservato al Museo Saint-Raymond delle antichità di Tolosa (foto di PierreSelim – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26570346).

Le migrazioni di massa lungo il limes portavano una moltitudine di barbari a riversarsi nell’impero, più di quanto il governo potesse gestirne. Per bloccare questi flussi migratori furono stanziate delle piccole truppe in luoghi strategici. Contemporaneamente si cercava così di evitare quelle grandi concentrazioni di soldati che erano state foriere di rivolte militari.

Le fortificazioni al ridosso delle frontiere furono assegnate ai limitanei, un corpo militare formato tramite la leva obbligatoria di cittadini romani (militia armata, nuovo termine usato per indicare il servizio militare) e di ausiliari germanici e degli altopiani asiatici, specializzati in particolari tecniche di combattimento. Il battaglione dei riparienses venne assegnato alla difesa dei corsi d’acqua. Nell’eventualità che venissero sfondate le linee, i comitatenses (soldati della scorta imperiale) accorrevano in aiuto in qualità di unità di pronto intervento.

È evidente che l’inizio dell’età tardoantica fu caratterizzato da una sorta di “militarizzazione” della società e della vita, causata da una semplificazione amministrativa richiesta dagli imperatori-soldato del III secolo d.C. Ogni dipendente dello Stato veniva considerato quasi un soldato, un cohortales, ovvero il membro di una cohors (“reparto militare”), e riceveva lo stipendia (“paga del soldato”).

Nei loro uffici, i funzionari civili vennero affiancati da comandanti militari chiamati duces (generali di due o più legioni) che, insieme al praefectus classis (il comandante della flotta) rispondevano al comes rei militaris, a capo del quale vi era il magister militum di una prefettura.

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Mappa dell’Impero Romano durante la diarchia di Diocleziano e Massimiano (di Vorlage, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64460565, rielaborazione di A. Patti).

Una delle conseguenze più note della diarchia e della suddivisione dell’Impero però, fu l’abbandono di Roma quale capitale dell’Impero Romano. Il territorio dell’Impero venne diviso in pars Occidentalis e pars Orientalis.

La capitale della parte occidentale, governata da Massimiano, divenne Mediolanum (l’attuale Milano), insieme ad Aquileia. Mentre Diocleziano si stabilì a Nicomedia (l’odierna İzmit, in Turchia), vicino a dove era stato proclamato imperatore subito dopo la morte di Numeriano.

In questo modo i due Augusti difesero le frontiere, sul Reno a nord e sul Danubio a est, e soppressero rivolte contadine, come quella dei Bacaudi in Gallia3, e usurpazioni, come quella del comandante della flotta romana Carausio, che con un atto di forza4 aspirava a diventare imperatore a fianco di Diocleziano e Massimiano.

LA TETRARCHIA NELLA ROMA TARDOANTICA

Nel 293 d.C., di fronte all’aumento delle rivolte, Diocleziano decise di suddividere maggiormente il proprio potere e il territorio dell’Impero creando una Tetrarchia. La tetrarchia è una forma di governo che implica la divisione di un territorio in quattro parti, ognuna delle quali amministrata da un sovrano distinto e con poteri propri. Il termine deriva dal greco τετράρχης, composto da tétra (connesso a tettares, cioè “quattro”) e árchein (“governare”).

La tetrarchia non è una forma di governo nata nell’antica Roma, ma nell’antica Grecia. Nel 85 a.C., il governo della Tessaglia (storica regione della Grecia) e della Galazia (regione della penisola anatolica, nell’odierna Turchia) fu suddiviso in tetrarchie dalle tribù locali, ciascuna con il proprio capo. Successivamente, i Romani cominciarono a utilizzare questo termine per indicare i piccoli regni autonomi della Galilea, formatisi proprio per volere di Roma5.

La Tetrarchia romana voluta da Diocleziano creava una sorta di “famiglia imperiale”: ogni Augusto doveva nominare il proprio successore, al quale veniva dato il titolo di Cesare, adottandolo come figlio.

Diocleziano scelse Gaio Galerio Valerio Massimiano, che come lui era un militare di umili origini, Massimiano scelse invece Flavio Valerio Costanzo Cloro, così chiamato a causa della chiara carnagione della sua pelle.

La struttura della Tetrarchia prevedeva che i due Augusti regnassero ognuno su metà del dell’Impero con l’aiuto dei propri Cesari, ai quali gli Augusti avrebbero affidato metà del proprio territorio. Di fatto, gli Augusti e i Cesari regnavano separatamente su un territorio ben definito, dopo essersi stabiliti in quattro capitali differenti.

Diocleziano governò sulle province orientali e l’Egitto, da Antiochia di Siria, dove trasferì la sua capitale, occupandosi di ampliare il palazzo imperiale iniziato durante il regno di Valeriano (253-260 d.C.). Milano rimase la capitale di Massimiano, che regnò sull’Italia, l’Africa settentrionale e la penisola iberica (Spagna e Portogallo). Galerio, al quale furono assegnate le province nella penisola balcanica (Macedonia, Grecia, eccetera…) amministrò da Sirmio (l’attuale Sremska Mitrovica in Serbia) e Tessalonica (odierna Salonicco in Grecia). Costanzo Cloro scelse Augusta Treverorum (oggi chiamata Treviri, in Germania) per la propria corte, da dove dominò le province di Gallia e Britannia.

L'età tardoantica

Gruppo in porfido dei Tetrarchi, Piazza San Marco a Venezia.

Secondo l’impostazione voluta da Diocleziano, il governo degli Augusti aveva una sorta di “data di scadenza”: ogni venti anni gli Augusti avrebbero dovuto abdicare in favore dei Cesari. Questi ultimi, una volta diventati Augusti, avrebbero dovuto scegliere dei nuovi Cesari come successori.

Il sistema di successione pensato da Diocleziano si basava sulla meritocrazia, dato che i Cesari avrebbero dovuto essere scelti sulla base delle qualità e dei meriti; tuttavia, i Cesari in carica non ci misero molto a mostrare le loro intenzioni dinastiche.

Costanzo Cloro, Cesare di Massimiano, ripudiò la moglie Elena che gli aveva dato un figlio (Costantino) per sposare Teodora, figlia della moglie di Massimiano. Anche Galerio, Cesare di Diocleziano, abbandonò la moglie per unirsi in matrimonio a Valeria Galeria, unica figlia del suo Augusto.

Nonostante tutto, questo sistema di governo creò abbastanza stabilità da permettere nel 305 d.C. di festeggiare i vicennalia degli Augusti e i decennalia dei Cesari, ovvero i 20 anni di governo di Diocleziano e Massimiano, e i 10 anni di Galerio e Costanzo Cloro.

Base dei Decennalia proprio di fronte all’Arco di Settimio Severo nel Foro Romano, Roma (foto di A. Patti).

All’interno di questa “famiglia imperiale”, le leggi che emanava uno degli imperatori erano state precedentemente concordate fra i tetrarchi, ogni provvedimento e ogni trionfo erano comuni a tutti e quattro. Fra i tetrarchi doveva vigere l’armonia, basata sulla concordia e la similitudine tra loro.

Concetti fondamentali come la concordia e la similitudo venivano manifestati nel fatto che i due Augusti festeggiavano il compleanno lo stesso giorno, attraverso la monetazione e nella ritrattistica imperiale, dove un solo ritratto si dimostrava valido per la rappresentazione di tutti e quattro gli imperatori.

L’AMMINISTRAZIONE DELL’IMPERO E LA STRUTTURA DEL DOMINATO

Il territorio dell’Impero Romano fu riorganizzato dal punto di vista amministrativo. Abolita la divisione tra province “imperiali” e “senatoriali”, il territorio venne suddiviso in 101 province, amministrate dai praesides (governatori provinciali).

Ogni provincia rientrava in una delle dodici circoscrizioni amministrative chiamate “diocesi”, rette da un vicarius (governatore). A loro volta, le dodici diocesi erano divise tra le quattro prefetture che rispondevano al prefetto del pretorio. Soltanto le città di Roma, Costantinopoli e le province guidate da un proconsole non rientravano in questa rigida struttura amministrativa.

Quindi ogni imperatore governava su tre diocesi, col consiglio del consistorium, organo nel quale erano riuniti i più alti funzionari dell’Impero, come il prefetto e il magister militum.

Mappa dell’Impero Romano con l’indicazione delle diocesi, delle prefetture e delle capitali dell’Impero (di Mandrak, rielaborazione di Cristiano64., https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15257475).

Il consigliere più fidato dell’imperatore era il comes sacri palatii, un nominativo che seguiva quell’aura sacrale su cui Diocleziano aveva impostato il proprio complesso cerimoniale di corte. Davanti all’imperatore infatti era obbligo inginocchiarsi (adoratio) in atto di sottomissione, come di fronte a una divinità.

Inoltre, Diocleziano assunse anche il titolo di Iovius (Giove), mentre Massimiano quello di Herculius (Ercole, figlio di Giove), in ossequio agli dei che proteggevano il loro governo e tutto l’Impero. Inoltre, come soprascritto, i due Augusti ogni anno celebravano un compleanno comune, i gemini natales, che sostituiva l’effettivo compleanno personale.

D’altronde, la stessa pratica del ritratto spersonalizzato e standardizzato dell’imperatore manifestava la natura sacra della sua figura istituzionale, che poi si lega ai concetti di concordia e similitudine tra i tetrarchi di cui sopra.

Diocleziano-Giove, in quanto dominus era in cima alla piramide sociale, e in quanto dio il suo potere non dipendeva da quello di nessuno. In tutti gli ambiti nei quali prendeva una decisione la sua volontà era formatrice e assoluta, potendo addirittura scegliere e nominare nuovi imperatori che erano divinità esattamente come lui. La militarizzazione dell’amministrazione civile unita al sentimento religioso faceva sì che di fronte all’imperatore, il dominus, ogni protesta fosse messa a tacere.

La figura dell’imperatore è evoluta nel corso dei secoli, e dal primus inter pares (“primo fra pari”) del Principato si è passati al signore assoluto del Dominato. Questa evoluzione si riscontra nelle fonti, che riportano di un cerimoniale di corte di origini orientali molto elaborato, e nell’arte tardoantica.

Separando l’amministrazione militare da quella civile, affidando province territorialmente più piccole e meglio gestibili, Diocleziano tentò di evitare sommosse, congiure e tentativi di usurpazione. Le nuove capitali, più vicine alle frontiere dell’Impero, furono ritenute migliori per gestirne il controllo. E le numerose campagne militari servirono a consolidare i confini e sopprimere le ribellioni.

L’inevitabile aumento del personale nell’apparato amministrativo e militare (dovuto alla riorganizzazione dell’Impero), il costoso programma edilizio imperiale (che accompagnava la scelta di una nuova capitale) e le continue campagne militari determinarono la necessità di una riforma finanziaria.

Diocleziano organizzò un nuovo sistema di tassazione basato su un catasto rinnovato; per controllare l’inflazione, coniò nuove monete d’oro e d’argento, e nel 301 d.C. emanò il calmiere sui prezzi noto come Editto sui Prezzi Massimi.

All’interno della società civile e dell’amministrazione tetrarchica, il cittadino non aveva la possibilità di un’autonoma crescita, di poter salire la scala gerarchica. Al contrario, la persona risultava ingabbiata nelle pesanti strutture di una società con individui giuridici quasi cristallizzati nell’ordine imposto dall’imperatore, il cui volere era al di sopra di tutto e di tutti.

Ricostruzione dell’iscrizione dell’Editto sui Prezzi Massimi emanato da Diocleziano, Museo della Civiltà Romana all’EUR

LA FINE DELLA TETRARCHIA

La Tetrarchia non sopravvisse al meccanismo della successione, sebbene nel 305 d.C. Diocleziano e Massimiano abdicarono e assunsero il titolo di seniores Augusti. Il primo si ritirò a vita privata nella sua terra natale, in una lussuosa residenza nella città di Spalato in Dalmazia (odierna Split in Croazia).

Galerio divenne Augusto e primo imperatore, e scelse come suo Cesare il figlio di sua sorella, Gaio Galerio Valerio Massimino Daia, dietro suggerimento di Diocleziano. Costanzo Cloro, Augusto successore di Massimiano, dovette nominare Flavio Valerio Severo, amico e compagno d’armi di Galerio, quale suo Cesare.

Secondo le fonti, Diocleziano avrebbe voluto abdicare addirittura nel 303 d.C., per controllare se la struttura istituzionale che aveva creato avrebbe retto, ed eventualmente riprendere il potere. Aveva ritardato l’abdicazione per cercare di favorire Galerio, imponendo i suoi favoriti nella linea di successione ai troni. Nei fatti, Galerio controllava la maggior parte dell’Impero: i suoi  territori e quelli dei Cesari scelti tra gli uomini di sua fiducia.

L’Augusto Costanzo Cloro amministrò i territori più occidentali dell’Impero e, in occasione di una campagna militare contro i Pitti che imperversavano in Britannia, riuscì a far liberare il figlio Costantino trattenuto in Oriente da Galerio.

Quando Costanzo Cloro morì, nel 306 d.C., Valerio Severo gli succedette, e dovette scegliere come suo Cesare proprio Costantino. I soldati fedeli a Costanzo Cloro avevano infatti acclamato imperatore suo figlio, e Galerio dovette accettare la nomina per evitare ribellioni.

Davanti a questa nomina si ribellò Massenzio, figlio di Massimiano, troppo giovane all’epoca in cui il padre dovette nominare il proprio Cesare, ma che in quel momento avrebbe potuto essere scelto come Cesare di Valerio Severo. Massenzio trovò i suoi alleati a Roma, città non più capitale, e in particolare tra i pretoriani, corpo di guardia che Valerio Severo aveva deciso di eliminare.

Valerio Severo avrebbe voluto sedare la ribellione di Massenzio, ma non poté fare nulla, poiché i soldati che aveva “ereditato” da Massimiano gli si ammutinarono, rifiutandosi di combattere contro il figlio del loro precedente imperatore. Valerio Severo, assediato a Ravenna, fu sconfitto, imprigionato, e qualche tempo dopo messo a morte.

Dopo la morte di Valerio Severo, el 307 d.C., Massenzio si proclamò Augusto. Tuttavia, tra lui e suo padre non regnava l’armonia, anche perché il giovane era legato a Massimino Daia nell’incrollabile fede ai culti pagani e nella feroce repressione del Cristianesimo.

Nella lotta per il potere tra padre e figlio, Massimiano concesse la mano di sua figlia Fausta a Costantino, riconoscendolo come Augusto successore di Valerio Severo, creando una nuova spaccatura.

L’anno successivo, il 308 d.C., i protagonisti di questa storia si riunirono a Carnuntum, (l’attuale Petronell in Austria). In questo convegno Massenzio venne dichiarato hostis publicus (“nemico pubblico”) e la Tetrarchia venne riorganizzata: Galerio e Publio Flavio Galerio Valerio Liciniano Licinio vennero dichiarati Augusti, con Massimino Daia e Costantino come rispettivi Cesari.

Massimiano, violando l’accordo di Carnuntum, tentò per la terza volta di riconquistare il trono. Il complotto che egli ordì contro suo genero fallì nel momento in cui venne assediato e assassinato a Marsiglia, proprio dalle truppe di Costantino.

Dopo qualche anno, i giochi politici e gli scontri ripresero, a causa della morte di Galerio, avvenuta nel 311 d.C. Seguendo il sistema tetrarchico, Massimino Daia divenne Augusto, come lo era Liciniano Licinio, e come si considerava Costantino, grazie alla nomina ricevuta dal suocero anni prima. Di fatto, tutti e tre erano Augusti e attraverso una politica matrimoniale si tornò a favorire i figli nella linea di successione: la Tetrarchia era finita.

L'età tardoantica

Frammenti della colossale statua di Costantino della Basilica di Massenzio-Costantino nel Foro Romano, esposta nel cortile del Palazzo dei Conservatori dei Musei Capitolini, Roma

VERSO IL REGNO DI COSTANTINO

Nel 313 d.C. Massenzio venne sconfitto e ucciso nella battaglia di Ponte Milvio dalle armate di Costantino, che avevano disceso e occupato il Nord Italia fino ad assediare Roma, città che Massenzio aveva “occupato” negli ultimi anni. Nello stesso anno, Massimino Daia fu sconfitto da Licinio per poi morire di febbri.

Nel frattempo, gli ultimi due Augusti avevano unito le loro famiglie attraverso il matrimonio di Liciniano Licinio con Costanza, sorella di Costantino. I due imperatori erano legati anche da una politica religiosa all’insegna della libertà di culto: furono i più convinti sostenitori degli editti di tolleranza religiosa, come l’Editto di Milano emanato proprio nel 313 d.C., contro le persecuzioni ai cristiani operate da Diocleziano, Galerio e Massimino Daia.

Il 313 d.C. fu anche l’anno in cui morì Diocleziano, padre della Tetrarchia romana che ebbe vita finché egli rimase al potere. Diocleziano passò alla storia come grande militare e statista, uno di pochi imperatori della tardoantichità a regnare per tanto tempo, e il primo e unico imperatore di Roma ad abdicare.

Nel 325 d.C. venne interrotta la pace anche tra gli ultimi due imperatori, quando Liciniano Licinio dichiarò guerra al cognato a causa di uno sconfinamento delle truppe di Costantino nel suo territorio. Era un chiaro pretesto, dato che il motivo dello sconfinamento delle truppe di Costantino era stata la caccia ai Goti.

Quello che possiamo definire “l’ultimo atto” della Tetrarchia vide Liciniano Licinio sconfitto nella battaglia di Adrianopoli (l’attuale città di Edirne, in Turchia6), catturato e ucciso. Costantino rimase così l’unico imperatore di un Impero Romano nuovamente, seppur brevemente, riunificato.

di Antonietta Patti


NOTE

  1. Le guardie del corpo a cavallo dell’imperatore.
  2. Margum si trovava nella provincia della Pannonia inferiore, sulla riva destra del fiume Margus chiamato oggi Morava, affluente del vicino Danubio. La città occupava il territorio dell’attuale Orašje a Nord-Est dall’odierna città di Smederevo in Serbia.
  3. Rivolta alimentata da coloni evasori dal fisco, immigrati clandestini e disertori, i cui capi avrebbero voluto raggiungere il rango imperiale.
  4. Carausio sconfisse i pirati che infestavano la Manica, riparò il Vallo di Adriano e scese a patti con alcune tribù locali, come quelle dei Caledoni e dei Pitti, fino a controllare di fatto la Britannia. Cambiò il proprio nome in Aurelio Valerio, e nel tentativo di farsi accettare dai due Augusti arrivò a coniare monete inneggianti alla concordia tra se stesso e i “colleghi” Diocleziano e Massimiano.
  5. Ad esempio, nella Galilea degli anni in cui visse Gesù Cristo, il regno di Giudea e quello di Perea erano governati da Erode Antipa (4 a.C. – 39 d.C.), figlio di Erode il Grande.
  6. Città fondata dall’imperatore Adriano su un preesistente insediamento in Tracia. Passò alla storia quale luogo di una delle disfatte più brucianti della storia di Roma, quella del 378 d.C., quando i Visigoti sconfissero l’esercito romano e uccisero l’imperatore Valente.

Bibliografia

  • L. Bessone, R. Scuderi, Manuale di storia romana, Monduzzi, Bologna 2005;
  • R. Bianchi Bandinelli, Roma. La fine dell’arte antica, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1995;
  • G. Cipriano, “Il III secolo e la Tetrarchia”, in a cura di G. Cipriano, Archeologia Cristiana, Carlo Saladino Editore, Palermo 2010, pp. 17-74;
  • G. Geraci, A. Marcone, Fonti per la storia romana, Mondadori, Milano 2006;
  • A. H. M. Jones, The later Roman Empire, 284-602: a social, economic, and administrative survey, Johns Hopkins University Press, Baltimora 1986;
  • H. P. L’Orange, L’impero romano dal III al IV secolo, forme artistiche e vita civile, trad. di R. Federici, Java Book, Milano 1985;
  • P. Zanker, Arte Romana, trad, di D. La Monica, Laterza, Roma-Bari 2012.
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